11 Febbraio - Giornata internazionale delle Donne e delle Ragazze nella scienza

La Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella scienza si celebra il giorno 11 febbraio di ogni anno, istituita dell'ONU nel 2015 per promuovere l'uguaglianza di genere e incoraggiare la partecipazione femminile nei campi STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Nonostante i progressi le donne rappresentano ancora solo il 33% dei ricercatori a livello globale.
In occasione di questa giornata il prof. Zaccherini ha organizzato un incontro con la prof.ssa Paola Govoni (grazie all'associazione parliamoneOra) che insegna "Genere e studi sociali della scienza" all'Università di Bologna. L'incontro ha coinvolto le ragazze e i ragazzi di 4D e 4M.
A seguito della discussione che è nata da questo incontro le alunne e gli alunni delle suddette classi hanno prodotto le loro riflessioni e i loro elaborati in particolar modo analizzando il concetto di ANTROPOCENE.
Molto interessanti e stimolanti le riflessioni dell'alunn* Frank Smerilli di 4D:

 

Siamo diventati, a tutti gli effetti, una forza geofisica di portata planetaria. 


Se per miliardi di anni il volto della Terra è stato modellato da eruzioni vulcaniche, glaciazioni e movimenti tettonici, oggi il sedimento più diffuso è il cemento, il ciclo dell’azoto è alterato dai nostri fertilizzanti e la composizione dell’atmosfera è dettata dalle nostre emissioni.

Questa nuova epoca segna la fine dell'Olocene, quel periodo di stabilità climatica che ha permesso la nascita delle civiltà agricole e industriali, e la nascita dell’ “Antropocene”, termine coniato dal chimico Paul Crutzen.

Molti studiosi, come Jason W. Moore, sostengono che chiamarla “Antropocene” sia sbagliato perché dà la colpa all'uomo in astratto (Anthropos); in realtà, non è "l'uomo" in generale a distruggere il pianeta, ma un modello specifico: il capitalismo estrattivo.

Come sottolinea l'attivista e saggista indiana Vandana Shiva: “Non è l'umanità in quanto tale a distruggere il pianeta, ma un modello economico che ha separato l'uomo dalla natura e ha trasformato la vita in una merce da sfruttare.”

Il sistema economico attuale si basa sulla crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite.

Per mantenere il profitto, si "esternalizzano" i costi: l'azienda guadagna vendendo un prodotto, ma il costo del danno ambientale provocato dalla produzione ricade sulla collettività.

Il capitalismo tende a considerare le foreste, gli oceani e l'aria come risorse gratuite da sfruttare finché non si esauriscono, invece di riconoscerne il valore vitale.

Un dato impressionante è che l'1% più ricco della popolazione mondiale produce più inquinamento da carbonio dei due terzi più poveri dell'umanità messi insieme.

Spesso ci sentiamo in colpa se non ricicliamo correttamente una bottiglia di plastica, ma la vera sfida dell'Antropocene non è solo individuale. È un sistema che ci spinge al consumo continuo per sopravvivere. Mi chiedo: è possibile un progresso che non significhi per forza 'estrarre e distruggere'?

Per le generazioni nate nel XXI secolo, l’Antropocene non è un concetto accademico, ma una condizione di quotidiana esistenza. Ci ritroviamo a essere gli eredi di un banchetto a cui non siamo stati invitati, ma di cui ci viene presentato il conto totale. 

Il senso di inutilità che molti giovani provano nasce da una sproporzione grottesca. Da un lato, ci viene chiesto di compiere piccoli gesti quotidiani come la raccolta differenziata; dall’altro, assistiamo all’indifferenza di vip e politici che, per inseguire la massima resa economica a breve termine, emettono in un giorno più CO2 di quanta un singolo cittadino possa risparmiarne in una vita intera.

E viene da chiedersi: “Se il problema è sistemico e gestito da poteri che ignorano i limiti del pianeta, che valore ha la mia azione individuale?”


In questo scenario di stallo, è emersa una corrente di pensiero piuttosto controversa: l'accelerazionismo.

In sintesi, questa filosofia sostiene che il sistema attuale, il capitalismo globale ed estrattivo, non possa essere né riformato né fermato. L'unica via d'uscita sarebbe quindi quella di “accelerare” i suoi processi interni, ovvero tecnologia, automazione e consumo, fino a portarlo al collasso o a una trasformazione radicale e imprevedibile.


 “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” -Mark Fisher, in “Realismo Capitalista”

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In mia opinione, questo pensiero può essere interpretato come una risposta traumatica alla rassegnazione, una mentalità del tipo “Se non posso fermare l'incendio, tanto vale gettare benzina affinché bruci tutto più in fretta, sperando che dalle ceneri nasca qualcosa di nuovo”.

Piuttosto che vivere in un'eterna “fine del mondo” che non arriva mai ma che distrugge tutto lentamente, l'idea di una rottura violenta e definitiva può apparire, paradossalmente, meno angosciante.

Tuttavia, nuovamente secondo la mia opinione, questa non è una soluzione, ma un sintomo di malessere. 

La vera sfida dell'educazione civica oggi non è solo informare sui danni ambientali, ma ricostruire l'idea che l'azione collettiva sia ancora possibile.

L'Antropocene non deve essere il capitolo finale della storia umana scritto da pochi potenti, ma il momento in cui la specie umana smette di agire come un parassita inconsapevole e inizia a comportarsi come un custode cosciente.

Allegati

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Poesia di Alex Farini 4M su Antropocene.jpg

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Ricerca di Clarissa Neretti 4D su antropocene.pdf

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Pubblicato il 12-03-2026